Chi 

Folle, folle gioia.
Cosa sei e dove ti nascondi, in questo mondo che caoticamente mi sospinge in seno alla povertà di sentimento.
Quale colore indossi appena sveglia, che odore spira dalla tua tenue nudità?
Folle pulsione, da te si origina il mio pellegrinaggio ai confini della conoscenza che possiedo, folle pulsione, umana e ferina, quale il luogo in cui mi conduci e che so non appartenermi?
Ti canto a me da tempo immemore, dacché ho percezione della mia stessa esistenza.
Non riconosco il pianto e lo detesto. Il pianto è per me l’essenza di ogni percezione erronea che alberga entro i confini di questo aberrante respiro, così aberrante che alle volte mi diverte, stupidamente, mentre mi accoccolo nel calore mai provato di un’infanzia mai vissuta, in quella fantasia dorata che è il bambino.
Il pianto, quel segno di vita, la sapidità della rabbia e della gioia, il coronamento di un dolore, mi ha consegnato tra le braccia di un mondo che mi ha rifiutata nel puro essere della mia sana, adorata, piccola ossessione. Il pianto, quel ponte tra l’essere in potenza e l’essere puro, io l’ho rigettato sulla soglia delle mie labbra, quando il tuo bacio ha significato
addio

AG

Come si fa a prendere una vita di dolore e gettarla via come carta straccia?
C’è una sola regola che domina la mia mente e giace sul confine fuori-dentro.
Ho immaginato una porta in legno di noce con il mio nome sopra, quattro mani e quelle dita che cantano l’autunno, quella strada circolare che allontana ed avvicina senza interruzione di continuità.
Un caso ed un nome, sicurezza ed accidia, cos’è la vertigine?

Vado via con la voragine.

La menade

Pillola dopo pillola ho visto sfumare le mie ore.
Follia, sanità.
Non ho mai osato giudicare nemmeno me stessa.
Le parole si attorcigliano fra i denti come fossero liane ed il respiro si blocca a metà nell’attesa del suo compimento.
Apri la scatola, sbuccia la carta come fosse cibo, trangugia avidamente con un sorso d’acqua.
Tutto semplice. Un rituale perfetto e cosa c’è di meglio per chi ne vive?
Vivere di rituali.
Non giudico neppure questo.
Il medico psichiatra un monolite con gli occhiali. Lui, l’alchimista senza volto, io, assetata, sempre in attesa della sua puntata migliore.
Ho desiderato una cura ancor prima di saperla in compimento e l’ho rigettata non appena ha raggiunto l’apice della sua realizzazione.
Che sciocchi siamo, in eterno equilibrio tra il desiderio della mancanza ed il rifiuto della certezza conclamata, ossidata.
Ho vinto la mia inedia, glissato qualche ostacolo, sono diventata regina della parola, imperatrice della logica.
Tutto è come prima, eppure nulla vi assomiglia.

Pensare all’amore

Un vecchio amico mi disse una volta: quando si pensa all’amore l’amore non esiste, quando si comincia a pensare all’amore l’amore è finito.

Io penso a tutto, penso sempre. Penso ancor di più quando mi dico di non pensare. Eppure quasi ingenuamente non avevo mai pensato che alle emozioni non si pensa, che i sentimenti non sono passibili di ratio.
E forse, forse senza forse, qui io sbaglio, ho sempre sbagliato, certamente ancora sbaglierò.
Ratio è la mia atea religione. Ratio mi sostiene. Le devo la mia sopravvivenza. In cuor mio lo so, Lei è la mia gogna.

Un vecchio amico mi disse una volta: in te manca qualcosa, manca la gioia di vivere. Ingenuamente giocai uno dei miei consueti perché.
Il vecchio amico mi rispose: la gioia di vivere, di essere amata e di amare, di donarti.

Qualcuno, una volta, mi disse: piccola larva codarda
umana, troppo umana, poco umana, inerme e selvaggia, anzi, no, inerme e selvatica. Lasciata a me stessa eppure cullata.
Nessuno mai mi educò al sentimento.
Lasciatemi pensare.

Pensieri confusi questa mattina

Il tempo scorre così lento alle volte che mi sembra di morire tra i secondi delle mie attese, nel mio protendermi verso qualcosa che non c’è. 

È il desiderio che muore tra i pensieri.

Mi sono persa e non so più dove andare. Non so leggere le stelle, ma ardo assieme a loro.

È giusto: siamo il prodotto di quello che abbiamo vissuto, sostenuto, superato, e forse ancor più la somma di ciò che ci è mancato, di ciò che ci è stato negato. Io non so perché sono la persona che sono o forse lo so e non lo voglio ammettere, ma, forse ancora, io non so neppure che persona sono, giunta in questo preciso frangente della mia esistenza.
È una sensazione strana quella che mi provoco. Io non mi amo, eppure non mi odio. Non mi capisco, eppure alle volte mi rendo conto che, semplicemente, non voglio capirmi.
Prigioniera dei miei stessi limiti, sono piccola quando mi sento grande, sono imponente quando mi scruto con parole di sufficienza.
Fremo, rantolo, non respiro.

Sento la mia voce solo quando non mi parlo, eppure grido di rabbia se mi trattengo.

Anonime identità

Quante volte mi sono seduta su questa sedia e per quanto tempo ho fissato inutilmente questo schermo. Certe cose non possono essere scritte, altre invece muovono le dita solo di notte, quando tutto tace e la pioggia sembra poesia.
Io non so chi sono, nessuno lo sa.
Scopo di queste pagine non è conoscere il mio nome, la mia provenienza, ma permettermi di gettare un po’ di zavorra su bianco e condividere la mia anonima essenza con il mio lettore o, più semplicemente, con i miei occhi scrutatori.
Nessuna pretesa, solo comprensione o, quanto meno, pazienza.
Sono una persona difficile, ma chi non lo è nel suo piccolo.
Potrei allora dire di avere dei problemi, seri
di essere pazza
di odiarmi
di sognare poco, ma sempre cose folli
di sperare che la vita, quella vera, cada dal cielo soggetta alla forza di gravità…
potrei dire…
dire…
dire tante altre cose, ma chi non le dice nel suo piccolo.
Dirò quel che dirò, forse quel che sento, anche se spesso non ne sono in grado, un po’ perché delle emozioni io sono minus habens, un po’ perché ho paura, un po’ perché, perché… chi sa perché.